“E avvenne che quando il Faraone lasciò andare (בְּשַׁלַּח beshallach) il popolo …”. Così prende avvio la sedicesima parashà di Beshallach, Es 13,17-17,16: con la partenza del popolo di Dio verso la terra promessa. Ma non si avvia per la via più breve attraverso il deserto. Per evitare i Filistei e andare incontro ad una sicura guerra, Dio li guida per una strada tortuosa. Agli Egiziani pare un ripiegamento, il Faraone decide di raggiungerli per riportarli ai lavori forzati. Ma questo provoca lo spettacolare prodigio del Mar rosso a cui fa seguito il canto di trionfo di Mosè sui “cavalli e cavalieri” degli inseguitori travolti dalle acque (Es 15,1-16), il primo grande canto della Bibbia che gli ebrei da tremila anni recitano ogni giorno nell’ufficio mattutino.
Tra i tanti versetti di questa porzione di Torah, Daniele Salamone, pesca per noi il versetto di 16,16. Un incredibile versetto che curiosamente contiene tutte e 22 le lettere ebraiche. Si parla del comando di Dio di raccogliere la Manna nella giusta quantità per il bisogno giornaliero di ognuno, né più e né meno. È il pane quotidiano parola di Dio, il pana “sovrasostanziale” che chiediamo nel Padrenostro, il nutrimento quotidiano della torah, conservato in ogni lettera del testo.
