Nel percorso di analisi e studio del Vangelo di Matteo che porto avanti da qualche tempo su schirone.it — dalle peculiarità teologiche della narrazione fino alla celebre questione dell'Urmatthäus (l'originale aramaico o ebraico attestato dalle fonti patristiche come Papia di Gerapoli e Girolamo)[1] — c'è un passaggio che merita un'attenzione del tutto speciale.
Si tratta della conclusione del terzo grande discorso di Gesù, il Discorso in parabole: Matteo 13,44-52.
In questo testo, dopo le celebri miniature del tesoro nascosto, della perla preziosa e della rete da pesca, si trova un versetto che l'esegesi biblica contemporanea definisce quasi all'unanimità come la "firma" o l'autoritratto spirituale dell'evangelista stesso:
«Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche.» (Mt 13,52)
Di questo passo e della sua valenza esegetica stiamo discutendo ampiamente anche all'interno del nostro gruppo Facebook Scrutatio Scripturae, dove ci confrontiamo regolarmente sulla profondità del testo biblico e sulla sua lettura contestualizzata.
1. L'Analisi Esegetica: Scriba, Discepolo e le "Cose Nuove e Antiche"
Per comprendere il valore autobiografico di questo versetto, occorre entrare nel cuore dell'analisi filologica ed esegetica dei tre concetti chiave che lo compongono:
A. Lo "Scriba" (Grammateus)
Nella tradizione giudaica del I secolo, il grammateus (grammateús) non era un semplice amanuense, ma l'esperto qualificato della Torah, il teologo e il giurista capace di interpretare le Scritture ebraiche. Mentre nei Vangeli sinottici la figura dello scriba è spesso associata ai farisei e alla controversia con Gesù, Matteo è l'unico evangelista che attribuisce al termine una connotazione ampiamente positiva quando riferito alla comunità dei seguaci di Cristo. L'autore di questo Vangelo rivela una maestria unica nell'uso delle tecniche interpretative rabbiniche e una profonda conoscenza dell'Antico Testamento.
B. "Divenuto discepolo" (Mathēteutheis)
Il verbo greco usato da Matteo, mathēteutheis (participio passato passivo del verbo mathēteuō), indica letteralmente l'essere stato "istruito", "addestrato" o "fatto discepolo". Lo scriba di cui parla Matteo non è rimasto chiuso nelle pure speculazioni teoriche, ma ha fatto il salto di fede: è entrato nella scuola del Regno. Ha riconosciuto in Gesù di Nazaret il compimento delle promesse messianiche.
C. "Cose nuove e cose antiche" (Nova et vetera)
Il padrone di casa (oikodespotēs) attinge al suo tesoro/scrigno (thēsauros) offrendo due ricchezze in perfetta armonia:
- Le cose antiche (vetera): La Torah, i Profeti, i Salmi, l'alleanza di Dio con Israele e la tradizione ebraica.
- Le cose nuove (nova): L'insegnamento di Gesù, la novità del Vangelo e la chiave di lettura dell'amore e della grazia.
Per Matteo, il Nuovo non cancella né abolisce l'Antico, ma lo porta a compimento (cfr. Mt 5,17). Non vi è alcuna rottura traumatica con le proprie radici ebraiche, ma una rilettura luminosa del passato alla luce della persona di Cristo.
2. Le Fonti Esegetiche d'Autorità
Questa interpretazione di Matteo 13,52 come "firma" o autoritratto dell'evangelista trova autorevole conferma nei maggiori commentari ed esegeti contemporanei[2][3][4].
3. Cose nuove e cose antiche: La chiave di lettura del Vangelo
Come si lega questa interpretazione al profilo di Matteo? Ci sembra, almeno in tre aspetti.
- La radice ebraica e le formule di compimento: Lo "scriba" di Matteo è colui che conosce così bene la Scrittura da cogliere in ogni evento della vita di Gesù il compimento di una profezia («Tutto ciò avvenne perché si adempisse...»).
- Il dialogo con la tradizione: L'autore non rinnega l'eredità ebraica (cose antiche), ma la illumina con il Vangelo (cose nuove). Gesù non viene per abolire la Legge o i Profeti, ma per portarli a compimento.
- La comunità d'origine: Questo testo riflette la comunità matteana, un ambiente giudeo-cristiano in cui la familiarità con l'ebraico, con le tecniche interpretative rabbiniche e con la struttura concettuale della Torah costituiva la spina dorsale della catechesi.
Rileggere Mt 13,44-52 non significa dunque soltanto ammirare la bellezza delle parabole del tesoro e della perla, ma scorgere per un istante lo sguardo stesso dell'Evangelista mentre, intingendo la penna, ci consegna il suo scrigno di fede.
Note bibliografiche
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Cfr. partendo dall'ultimo # Il Vangelo perduto: il filo rosso tra San Girolamo e Caravaggio ↩︎
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U. Luz, Das Evangelium nach Matthäus (Vangelo di Matteo, Vol. 2, Brescia 2006, pp. 427–432). Luz analizza l'espressione grammateus mathēteutheis definendola espressamente come la "firma" (Unterschrift) o l'"autoritratto" (Selbstporträt) del redattore.↩︎
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R. E. Brown, An Introduction to the New Testament (Introduzione al Nuovo Testamento, Brescia 2001, pp. 270–273). Brown individua in Mt 13,52 il ritratto sociologico e teologico dell'autore: uno scriba ebreo divenuto cristiano, capace di integrare il patrimonio d'Israele con il Vangelo.↩︎
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J. Jeremias, Die Gleichnisse Jesu (Le parabole di Gesù, Brescia 1973, pp. 268–271). Jeremias sottolinea come il termine grammateus rifletta il ruolo degli studiosi della Legge che, entrati nella scuola di Gesù, rileggono la tradizione alla luce del compimento escatologico.↩︎
