Quante volte l’abbiamo ascoltata distrattamente, quante rappresentazioni seguito a distanza e quanti film abbiamo visto commossi? Eppure la Passione di Cristo, così com’è raccontata nei Vangeli, la conosciamo poco, ignoriamo moltissimi particolari, e soprattutto il senso profondo ci sfugge continuamente come l’orizzonte che ci appare vicino ma si allontana ogni volta che ci mettiamo in cammino.
Ce la racconta Matteo nei capitoli finali del suo Vangelo, dal 26 al 28. È l’evento decisivo della vicenda di Gesù di Nazaret, il Messia: dall’unzione profetica di Betania, alla tomba vuota e all’annuncio della sua resurrezione, passando per l’arresto, la condanna, la passione e la morte in croce. Pagine che in questa santa settimana saranno lette e drammatizzate nelle liturgie e nelle pratiche devozionali domestiche.
Il racconto è comune a tutti gli evangelisti, soprattutto a Marco e Luca, quasi sovrapponibili a Matteo nella sequenza delle scene e dei tempi, che non a caso sono detti “sinottici”, leggibili cioè insieme con uno stesso sguardo. Anche Giovanni, sebbene in una struttura teologica completamente diversa, racconta lo stesso dramma e la buona novella che da essa zampilla.
Ma in realtà, ad uno sguardo più attento, tutti gli evangelisti, anche i sinottici, hanno peculiarità che li distinguono l’uno dall’altro. Ognuno con una propria sensibilità, un taglio e anche una accentuazione teologica diversa, dà di Gesù una lettura originale, che spesso solo l'orecchio allenato dell’esegeta riesce a cogliere dalle pieghe dello specifico lessico utilizzato, dalla descrizioni di alcuni particolari e dall’intreccio narrativo messo in campo.
