Le nostre parashot (anche questa settimana sono due per via dell’anno lunisolare) si aprono con un avverbio temporale e un sostantivo terribile: “Dopo la morte”, Acharé Mot, אַחֲרֵי מוֹת Lv 16,1-18,30. Si ricorda infatti la tragica morte dei figli di Aronne che ubriachi si erano accostati al culto nel santuario, offrendo “un fuoco estraneo”. Mentre la parashà successiva, al contrario, si apre alla vita introducendo il cosiddetto “codice della santità”, “Santi sarete…” Kedoshim, קְדֹשִׁים Lv 19,1-20,27.
Tutte le prescrizioni sulla santità infatti più che preservare un luogo sacro mirano a salvare dalla morte spirituale i credenti. Ricordiamo che luogo più santo del Santuario era accessibile solo al Sommo Sacerdote, che vi poteva entrare una sola volta all’anno nel giorno dell’espiazione, lo “Yom Kippur”. A separare il popolo dal Santo c’era una cortina impenetrabile. Questo velo è stato strappato finalmente dal Cristo, come insegna Eb 9, 24-28, e ora tutti i discepoli di Gesù possono presentarsi direttamente e liberamente davanti al trono dell’Altissimo.
Ce lo spiega Daniele Salomone nel suo commento, svelandoci anche il significato del capro espiatorio “Azazel”:
