Esiste un legame invisibile e affascinante che unisce la cella di un erudito del IV secolo alla bottega di un pittore "maledetto" nella Roma del Seicento. È la storia di un'assenza: quella del vangelo ebraico di Matteo, un testo che la tradizione antica giura essere esistito, ma di cui oggi restano solo frammenti e una straordinaria testimonianza visiva, anch’essa sfortunatamente andata perduta.
San Girolamo e il mistero dell'Urmatthäus
Secondo la tradizione patristica, il primo Vangelo non fu scritto nel greco della Koinè, ma in lingua "ebraica" (o aramaica). Già nel 120 d.C., Papia di Gerapoli affermava che «Matteo mise insieme i detti (logia) nella lingua degli Ebrei».
Il testimone più celebre dell'esistenza di questo originario Vangelo è San Girolamo. Egli sostenne non solo di averlo consultato nella biblioteca di Cesarea, ma di averlo tradotto personalmente in greco e latino. Sebbene l'esegesi moderna sospetti che Girolamo possa aver esagerato, scambiando forse un vangelo apocrifo (come quello dei Nazareni) per l'originale di Matteo, la sua autorità cristallizzò nella Chiesa l'idea di un archetipo perduto, un "Urmatthäus" che precedeva ogni traduzione.
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