Nel percorso di analisi e studio del Vangelo di Matteo che porto avanti da qualche tempo su schirone.it — dalle peculiarità teologiche della narrazione fino alla celebre questione dell'Urmatthäus (l'originale aramaico o ebraico attestato dalle fonti patristiche come Papia di Gerapoli e Girolamo)[1] — c'è un passaggio che merita un'attenzione del tutto speciale.
Si tratta della conclusione del terzo grande discorso di Gesù, il Discorso in parabole: Matteo 13,44-52.
In questo testo, dopo le celebri miniature del tesoro nascosto, della perla preziosa e della rete da pesca, si trova un versetto che l'esegesi biblica contemporanea definisce quasi all'unanimità come la "firma" o l'autoritratto spirituale dell'evangelista stesso:
«Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche.» (Mt 13,52)
Di questo passo e della sua valenza esegetica stiamo discutendo ampiamente anche all'interno del nostro gruppo Facebook Scrutatio Scripturae, dove ci confrontiamo regolarmente sulla profondità del testo biblico e sulla sua lettura contestualizzata.
