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Con la 24ma parashà di questa settimana iniziamo la lettura del terzo libro della Torah, il Levitico (Lv 1,1-5,26) da cui prende il nome Vayikrà, “E chiamò”. Un libro per molti considerato ostico, che si apre con la descrizione di rituali “da macelleria”, incomprensibili e onestamente sgradevoli, fatti si squartamenti, sacrifici, aspersioni di sangue, vittime animali e vegetali inceneriti su altari. Molti fedeli, disgustati e sorpresi, lo considerano retaggio di antichi e crudeli riti da tempo aboliti, e lo saltano di sana pianta nella lettura personale. Ma anche la Liturgia cattolica è poco generosa verso tale libro, che legge raramente. Di esso soli pochissimi versetti, tra l’altro molto importanti, vengono ricordati e spesso citati. Tra questi sicuramente il we’ahavtà lere’akà kamôkà, וְאָֽהַבְתָּ לְרֵעֲךָ כָּמוֹךָ “amerai il prossimo tuo come te stesso” (Lv 19,18) che Gesù cita due volte (Matteo 5,48; 22,39), come “secondo comandamento, simile al primo”, quello dell’amore per Dio, entrambi fondamento di “tutta la Legge e i Profeti”. Comandamento citato anche da Paolo in Romani 13,9 e Galati 5,14.

E la nostra parashà si apre infatti proprio con l’elencazione dei vari tipi di sacrifici da compiersi nella Tenda del Convegno, dalla quale Dio chiama Mosè per riferire tutti le disposizioni che Aronne, i suoi figli e tutta la classe sacerdotale dovevano eseguire per offerte, olocausti, oblazioni di comunione e di espiazione. Leggiamo.

 Il Signore chiamò Mosè, gli parlò dalla tenda del convegno e disse:

 

Il versetto successivo continua: “Quando uno di voi vorrà presentare come offerta in onore del Signore...”. La parola centrale è “offerta”,  קָרְבָּן Korban (termine femminile, plurale korbanot). La radice verbale di questa parola svela il senso profondo che sta alla base di tutti i sacrifici offerti, anche i più cruenti: קָרַב “avvicinare, accostarsi”. Ogni oblazione, offerta è in realtà uno strumento per avvicinarsi al Signore, fare comunione con Lui, riscattandosi dalla colpa, anche da quella involontaria. La teologia del riscatto, la redenzione si completerà definitivamente in Cristo, vittima sacrificale perfetta, come ci ricorderà la Lettera agli Ebrei (9,10-14; 10,1-10). 

Ce lo spiega meglio Daniele Salamone, nel suo consueto intervento video, che da questa settimana sarà dato in diretta ogni giovedì. Di seguito la registrazione:

 

Il testo del commento di Salamone si può sempre scaricare qui http://danielesalamone.altervista.org/parashot-torah/parashat-vayqra. Navigando sul suo sito, troviamo anche tutti gli altri testi della parashot precedenti e le relative belle e decorate copertine, pronte per essere stampate.

***

Per la sezione dedicata allo studio della lingua, oltre ai consueti esercizi di lettura e ascolto dei primi versetti della parashà - come avevamo proposto nella lezione precedente -, oggi introduciamo una curiosa caratteristica della costruzione sintattica dell’ebraico biblico: Il “Waw inversivo”. 

Abbiamo già introdotto il tema dei due tempi fondamentali del verbo ebraico, il perfetto e l’imperfetto, che più che tempi dovremmo considerare due “aspetti”, che si differenziano più per la qualità dell’azione, compiuta (perfetto) o in divenire (impertetto), che per il tempo in cui questa avviene secondo il nostro consueto modo di intendere passato, presente e futuro. Ebbene queste due forme, nell’ambito della frase, possono invertire la loro funzione se il verbo è preceduto dalla congiunzione Waw, proprio come avviene nei primi due verbi del primo versetto precedentemente riportato, Lv 1,1.

Abbiamo letto: “Il Signore chiamò … e gli parlò”, וַיִּקְרָא e וַיְדַבֵּר. Come possiamo notare si tratta di due imperfetti rispettivamente del verbo chiamare קָרָא e del già a noi noto parlare דָבַר. Entrambi però sono preceduta dalla particella ו che in questo caso non viene usata in funzione di congiunzione, ma serve proprio a cambiare, invertire appunto, il valore del verbo a cui si premette. Infatti non traduciamo “E chiamava … e gli parlava”, nella forma di un’azione in esecuzione, come vuole l’imperfetto, ma come se fosse già pienamente compiuto, proprio come un perfetto: “Chiamo ... parlò”. 

Si tratta di un fenomeno grammaticale, completamente scomparso nell’ebraico moderno, che ha fatto molto discutere i semitisti. Diverse le spiegazioni, ma tutti ormai convergono nell'adottare, nella pratica della traduzione, la regola del Waw inversivo.

Così la descrive Antonio Carrozzini nel paragrafo 27 della sua Grammatica della lingua ebraica, Marietti, Torino 1974, p. 54:

Per oggi basta così.

Buono studio e 

שבת שלום

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