Benigni non è il primo a tradurre il Cantico dei Cantici. Al minuto 9,20 della registrazione che ho postato nell'articolo introduttivo ci rivela apertamente le fonti da cui ha attinto, citando sette dei principali autori, in questo ordine: Cesare Angelini, Andrea Ponso, Giovanni Garbini, Guido Ceronetti, Luca Mazzinghi, Gianfranco Ravasi, Piero Capelli.
Ovviamente nel scegliere i passi a suo dire più belli, ha intrecciato le loro traduzioni, infilando qua e là qualche sua più libera e più ardita interpretazione. Per giustificarla si è inventato una fantomatica versione originaria del Cantico che precederebbe quella conosciuta da tutti. Sappiamo che non esiste affatto una tale versione e che tutti i traduttori si sono serviti dell’unico testo ebraico conosciuto ricavato dal Codice di Leningrado del 1008, consultabile liberamente anche online nell’edizione della “Biblia Hebraica Stuttgartensia”.
A smontare la presunta originalità del testo di Benigni ci ha pensato Roberto Mercadini in un suo video e non vale la pena ritornarci sopra. A noi interessa, in questa prima tappa del percorso, recuperare e analizzare innanzitutto le fonti citate dall’artista, cercandole in biblioteca, e poi eventualmente altre disponibili gratuitamente nel Web.
Eccole:
Cesare Angelini (foto copertina), prete e letterato pavese scomparso nel 1976, scrisse questa traduzione del Cantico nel 1963, una delle prime traduzioni corredata da una breve introduzione. Testo che precede di almeno un decennio la prima edizione ufficiale della Cei del 1974. Questo testo è stato ristampato più volte.
Andrea Ponso (foto copertina) (classe 1975), scrittore e poeta, con un dottorato in lingue e letteratura comparate e un baccalaureato in teologia, ha proposto recentemente (2018) la sua traduzione per “Il Saggiatore”. Modellata sulla "radicalità della lingua ebraica" il suo Cantico dei Cantici tiene conto della ricchezza della tradizione patristica, soprattutto eremitica, attingendo ad autori quali, Evagrio Pontico, Gregorio di Nissa e GIovanni Climaco.
Giovanni Garbini (foto copertina), ordinario di semitistica all'università statale «la Sapienza» di Roma, pubblicata nel 1992 per le Edizioni Paideia (ristampata recentemente nel 2010), la sua traduzione affronta in maniera nuova le problematiche filologiche esaminando la tradizione manoscritta ebraica delle versioni antiche e recuperando le considerazioni teologiche nascoste sotto il linguaggio amoroso, senza la quale sarebbe forse impensabile lo stesso cristianesimo.
Guido Ceronetti (foto copertina), del 1992 è pure questa versione che il poeta Ceronetti, scomparso nel 2018, pubblicò per Gli Adelphi. Alla traduzione aggiunse un altrettanto poetico saggio in cui dava conto della molteplicità di risonanze che il testo ha avuto il lui e che si augura possa suscitare nel lettore.
Luca Mazzinghi (foto copertina), scritto dal noto biblista e sacerdote di Firenza (classe 1960) nel 2011, questo lavoro contiene una introduzione, la traduzione e un commento apposti al testo originale in ebraico, scanditi secondo due livelli: quello filologico-testuale che offre indicazioni di critica testuale e approfondisce il significato di alcuni termini, e quello esegetico-teologico, tiene presenti le unità letterarie del testo biblico.
Gianfranco Ravasi (foto copertina), è del 1992 il monumentale e insuperato commento del noto e stimato Cardinale Ravasi già prefetto della Biblioteca Ambrosiana. La sua opera resta un riferimento imprescindibile per tutti i successivi autori. Con un approccio strettamente storico-letterario, Ravasi per ogni nucleo tematico propone struttura del testo, esegesi letterale, simboli e messaggio religioso, riportando in conclusione le tante risonanze che il Cantico dei Cantici ha prodotto in campo artistico, letterario, teologico e spirituale.
Piero Capelli (foto copertina), esperto di orientalistica ed ebraistica, ha pubblicato la sua traduzione al Cantico l'anno scorso (2019) con testo ebraico originale a fianco, mettendola liberamente a disposizipne qui: https://iris.unive.it/retrieve/handle/10278/3718965/179134/001_072_Il%20cantico%20dei%20cantici.pdf.
Tra tutte queste versioni, la testata "Finestre sull'arte", in un suo interessante articolo, ha evidenziato come il “taglia e cuci” operato da Benigni sia stato intessuto sopratutto sul lavoro che l'ebraista Giovanni Garbini.
Ecco alcuni esempi in cui l'attore vi attinge ampiamente, discostandosi a volte anche significativamente:
"Il brano in cui si allude a un rapporto orale viene risolto diversamente dall’ebraista, che traduce così: “vorrei giacere alla sua ombra perché il suo frutto m’è dolce nel palato”, e la metafora del frutto viene dallo studioso stemperata nei termini d’una fanciulla che “sa di essere leggiarda, e libera, come un fiore campestre”, ed “esprime il suo desiderio d’amore” con delicatezza. Non molto dissimile è invece la parte relativa al corpo dell’amata, così tradotta da Garbini: “i tuoi seni sono come due caprioli gemelli di gazzella che pascolano tra le rose, come una melagrana spaccata sono i tuoi glutei tolto il panno”, e poi, qualche verso più sotto (Benigni ne salta diversi): “l’odore del tuo sesso è come l’odore dell’incenso, un giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa, un giardino chiuso, una fonte sigillata, e i tuoi fianchi un giardino di melegrane con frutti squisiti, cipri con nardi”. Benigni somma qui due porzioni distinte del Cantico dei Cantici, quella dell’incontro (dove i glutei della giovane, scrive Garbini, sono menzionati "due volte esplicitamente a livello descrittivo e una volta allusivamente come oggetto di desiderio. Ovviamente imbarazzante per una lettura religiosa, la presenza di questa parte anatomica è del tutto ovvia in un testo che si presenta come un poema d’amore, diciamo pure erotico; come è naturale che un amante lodi e desideri i seni e la callipigìa della sua donna e che questi vengano rievocati quando il Cantico registra gli echi di amplessi“) e quella della ”prima notte“ (parole che ”lo sposo rivolge alla sposa nel loro primo incontro intimo").
Ed ecco invece altri esempi in cui Benigni è stato poi fedele dello stesso Garbini:
sia nella descrizione dell’amplesso con il verso “quando il mio diletto spinse dentro il suo sesso le mie viscere ebbero un fremito”, identica a quella dell’ebraista (il linguaggio crudo, spiega nel suo libro, deriva dal fatto che "l’autore ha voluto dare a questa donna il linguaggio disinibito di una prostituta [...] per accentuare il divario tra la materialità di un atto ben noto alla protagonista e la profondità del sentimento di cui quello stesso atto poteva essere accompagnato in una particolare situazione"), e nella descrizione dell’uomo (anche in questo caso Benigni si è attenuto alla traduzione di Garbini).
E conclude:
In definitiva, l’attore ha portato sul palco di Sanremo una sorta di “taglia e cuci” (dovuto a ragioni di tempi televisivi) del Cantico dei Cantici, per presentarlo come un poema d’amore con forti allusioni erotiche, come in effetti è. Tenendo conto del fatto che comunque, nello spazio di mezz’ora, è impossibile dar conto di tutti i problemi che tradurlo comporta (anche perché, spiega Garbini nella premessa alla sua edizione, non conosciamo la datazione esatta dell’opera, non sappiamo in quale ambiente sia stato prodotto, alcune espressioni restano oscure): rimane il fatto che... non è da tutti parlare esplicitamente di sesso sul palco di Sanremo.
Un giudizio, quello di "Finestre sull'arte", che verificheremo al termine del nostro percorso. In realtà di traduzioni e commenti al Cantico, ce ne sono tantissime altre, a cui Benigni ha potuto accedere. Si va dai biblisti moderni come Dalmazio Colombo e Gianni Barbiero (del quale si può recuperare online un ottimo studio comparato con traduzioni di Borgonovo e Ravasi), ai grandi commentatori della Tradizione cristiana da Origene fino a Bernardo di Chiaravalle, e della Tradizione ebraica da Rabbi Rashi a Amos Luzzato.
Concludo questa prima tappa del nostro studio ancora con una riflessione generale sulle critiche a Benigni. I suoi detrattori hanno solo risposte, anzi una sola risposta. Noi vogliamo invece tenere aperte le domande. E Benigni ce ne pone tante. Don Gianmario Pagano, autore del seguitissimo canale "Bella Prof" ha prodotto questo video, che spiega molto bene i limiti entro i quali dovrebbero stare le più o meno giuste polemiche, sulla performance di Benigni, ricordando che la tradizione cristiana davanti alle infinite interpretazione ha codificato almeno quattro livelli di significato. La visione della sua bella lezione, che pure ha raccolto nei commenti consensi e altre dure critiche, è fortemente consigliata:
Alla prossima.
