Roberto Benigni, lo scorso 6 febbraio, si è esibito al Festival di Sanremo con "la canzone delle canzoni", il Cantico dei Cantici. Per quello che lui ha dichiarato essere il festival più bello a cui abbia mai assistito, ha voluto proporre la canzone d'amore più bella di tutti i tempi, quella biblica. E come era prevedibile, il suo intervento ha suscitato un polverone misto di consensi e dissensi, sollevato da vari fronti: politico, economico, letterario e ovviamente religioso.
Grazie a Rai Replay, possiamo rivedere la sua performance, o su Youtube:
La sua lettura del libro biblico mi è piaciuta, perché, al di là di tutte le critiche sull’opportunismo dell’attore, sul suo cachet e sulla sua posizione politically correct, mi è sembrata filologicamente corretta e accattivante. E soprattutto perché ha avuto il coraggio di portare la Bibbia davanti a un pubblico così vasto.
Non è vero che è stata la prima volta che il Cantico dei cantici di Benigni, alias Salomone, sia stato proposto in Tv. Era già approdato ben 14 anni fa su Sat2000 il 13 febbraio 2006 come ripresa televisiva di un suo spettacolo tenuto al Teatro Verdi di Terni. In sala, ripresi dall’emittente, anche alcuni uomini di chiesa (mons. Vincenzo Paglia) che annuivano divertiti e compiaciuti:
Confrontando le due versioni del medesimo monologo (dal minuto 10 lì iniziava la lettura del Cantico), si nota subito che nella versione sanremese Benigni si è lasciato prendere la mano è ha calcato eccessivamente l'interpretazione letterale, giocando eccessivamente sul registro, a lui molto caro, della sessualità, fino a far degenerare le poetiche metafore erotiche del testo in esplicite espressioni semipornografiche. Cosa che a molti è sembrata volgare se non addirittura blasfema, soprattutto quando ha allargato l’inno all’amore anche a quello "tra donna e donna e uomo e uomo", che ovviamente, almeno nel Cantico dei Cantici, proprio nella sua lettera, non è affatto contemplato.
Ma restiamo al testo. La traduzione proposta da Benigni non è molto diversa da quella di altri autorevoli commentatori del libro biblico, letterati, poeti e non ultimo biblisti di fama mondiale. Benigni li ha citati opportunamente citati tutti, facendo intendere di aver attinto ampiamente ai loro lavori. Per poter quindi esprimere un giudizio critico, il più possibile obiettivo, conviene entrare nel merito di questo meraviglioso testo e tornare a leggerlo e a leggerlo davvero, come lo stesso Benigni ha auspicato.
Sono solo otto capitoletti, poco conosciuti persino dai cattolici praticanti, così poco abituati alla lettura personale della Bibbia. E la liturgia certo non li aiuta, visto che è letto raramente in forma ridottissima. Più fortunati i fratelli ebrei che invece lo leggono interamente nella festa più grande, la Pasqua.
E ecco allora l'idea: una proposta di studio in cinque tappe:
- Benigni nella prima parte del suo intervento cita diversi traduttori: poeti e biblisti. Proviamo ad individuarli e a recuperare le loro pubblicazioni.
- Non viene letto tutto il canto, solo alcuni passaggi. Identifichiamo i versetti precisi, Bibbia alla mano (traduzione della Cei) e trascriviamoli accanto alla sua versione.
- Proviamo a mettere a fronte almeno tre delle altre traduzione recuperate al punto 1.
- Evidenziamo le differenze più discordanti del testo di Benigni da tutti gli altri.
- Aggiungiamo il testo ebraico, guidati da una traduzione letterale, parola per parola.
Conclusione: la traduzione di Benigni è completamente campata in aria e pretestuosa, o ha una sua probabilità? Quale?
Nei prossimi articoli proverò a percorrere le cinque tappe indicando strumenti, sussidi e fonti accessibili a tutti gratuitamente sul web.
Chi mi vuole seguire? Commentate in calce a questo articolo.
Io parto.
