BARI (7 novembre 2019) - «Abbiamo celebrato nel 2013 il bicentenario della nascita del quartiere Murat, ma quest'anno stiamo dimenticando un altro anniversario, il centenario della demolizione delle mura di Bari vecchia e di molti edifici storici al suo interno, avvenuta dal 1917 al 1919». Così  ha esordito Nicola Crotone ieri nella libreria “Bari Ignota” nel dibattito con Nicola Signorile, dal suggestivo titolo "Le mani sulla citta".

L'incontro, voluto e moderato da Luigi Bramato della ” LB editrice”, è stata l'occasione per riflettere sull'impatto delle politiche urbanistiche degli ultimi cento anni sulla città vecchia e sul quartiere murattiano.  Punto di partenza del confronto, la pubblicazione di due libri che gli autori hanno dedicato al tema, "Bari vecchia. Cronaca di due secoli di distruzioni" (LB edizioni) e "Goodbye Murat. La tradizione del moderno nella Bari di Giuseppe Gimma" (Edizioni di Pagina), rispettivamente di Cortone e Signorile.

L'abbattimento delle mura riferito da Nicola Cortone è quello relativo al lato sud della muraglia. Doveva servire ad aprire l'antica città al nuovo borgo che all'inizio del secolo scorso cominciava a prendere vita e crescere. Tra le demolizioni interne più significative, l’autore ha ricordato quella della seicentesca chiesa di Santa Teresa delle Donne che si ergeva su piazza san Pietro, l'area più antica della città, e lo spogliamento degli arredi interni della Cattedrale e della Basilica di San Nicola al fine di riportarle al proverbiale e discutibile " stato originario" romanico, ma che di fatto ha spazzato via irrimediabilmente testimonianze artistiche barocche e rinascimentali preziosissime.

Nicola Signorile ha invece ricordato che contestualmente a questa "distruzione", anche il murattiano subiva la sua, e che non fu affatto, come comunemente si crede, un deliberato intervento di violazioni selettive a danno della parte vecchie della città per promuovere e incentivare lo sviluppo del borgo nuovo. Tant'è che nessuno dei progetti più invasivi proposti per Bari vecchia fu mai attuato. Si trattò più che altro di una "naturale" evoluzione urbanistica che riguardò tutta la città. Gli stessi  palazzi che oggi noi consideriamo simbolo del murattiano, Mincuzzi, la Rinascente e la Chiesa di San Ferdinando, malgrado  il parere contrario del Gimma, furono infatti anch'essi il risultato dell'abbattimento di originari palazzi ottocenteschi.

La città non è un museo a cielo aperto da custodire sotto una campana di vetro, ma un organismo vivente che si evolve, nel bene e nel male. Tuttavia una domanda rimane e ci inquieta: riuscirà Bari in futuro a conciliare e armonizzare passato e presente, preservando la memoria storica senza rinunciare al progresso e alla vivibilità dei suoi luoghi più belli?

 

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