Cosa succede quando un monaco cristiano vive per decenni a Gerusalemme, respira l'aria delle sinagoghe e dedica la vita allo studio della letteratura rabbinica? Il risultato è una rivoluzione dello sguardo sulle Scritture, ed è esattamente ciò che Alberto Mello, monaco di Bose e biblista, ha operato con il suo monumentale commento all'Evangelo secondo Matteo. Recentemente ripubblicato in un'edizione riveduta e ampliata nel 2025, il suo lavoro non è solo un manuale accademico, ma una provocazione ermeneutica: leggere il Vangelo non come una biografia ellenistica, ma come un raffinato prodotto dell'ermeneutica giudaica post-esilica.

Il Vangelo come "Midrash"

La tesi centrale di Mello è audace: il Vangelo di Matteo è un midrash di quello di Marco. Il termine, dalla radice ebraica darash ("cercare", "investigare"), indica un metodo interpretativo tipico dei maestri di Israele che mira a "far parlare" la Scrittura per il presente.

Secondo Mello, l’evangelista Matteo agisce come uno "scriba divenuto discepolo del Regno" (Mt 13,52), trattando il testo di Marco come una fonte sacra da espandere, commentare e, in un certo senso, "rigiudaizzare". Se Marco è il racconto degli eventi, Matteo è il commento autorevole che trasforma il Gesù "d'azione" nel Maestro definitivo della Torah. Per fare questo, Matteo utilizza tecniche rabbiniche consolidate: espande i discorsi, semplifica i dettagli narrativi meno rilevanti e inserisce glosse per sottolineare l'adempimento delle profezie.

La svolta del 2025: dallo schema a 5 alla struttura concentrica

Uno dei punti di maggiore interesse per i lettori di Mello è l'evoluzione del suo pensiero tra la prima edizione del commento (1995) e quella odierna (2025). Per trent’anni, l'esegeta ha associato Matteo alla struttura del Pentateuco, vedendovi una divisione in cinque libri speculare a quella di Mosè.

Nell'edizione del 2025, Mello compie un salto di qualità metodologico. Supera lo schema "pentateuchale" per proporre una complessa struttura concentrica basata su quindici sequenze narrative che ruotano attorno a un perno centrale: il capitolo 13, dedicato alle parabole del Regno. Il Vangelo viene così riorganizzato in tre grandi aree tematiche:

  1. La Torà del Messia (capitoli 1-11): dove Gesù è il nuovo Mosè.
  2. Il Regno dei cieli (capitoli 12-16,12): il cuore del mistero.
  3. Il Figlio dell’uomo (capitoli 16,13-28): il cammino verso la passione e la gloria

In questa nuova lettura, ogni sezione del Vangelo trova una corrispondenza specifica con i temi della Bibbia ebraica: dai richiami alla Genesi nei racconti dell'infanzia, fino al Levitico per le norme sulla purità e al Deuteronomio per i grandi discorsi finali.

La Teologia della "Shekhinà"

Perché Matteo sente il bisogno di questa complessa operazione letteraria? La risposta, secondo Mello, risiede nel trauma della distruzione di Gerusalemme del 70 d.C.. Con il Tempio in cenere, Israele si chiedeva: dove abita ora Dio?.

Mentre il giudaismo rabbinico nascente individuava la "dimora" divina nello studio della Torah, Matteo identifica la Shekhinà (la divina Presenza) nella persona di Gesù. Il Vangelo si apre e si chiude con questa certezza: dall'Emmanuele ("Dio con noi") alla promessa finale del Risorto ("Io sono con voi tutti i giorni"). Gesù non viene a distruggere la Legge, ma a portarla al suo compimento massimo, offrendo se stesso come centro della nuova identità di Israele post-esilico.

Luci e ombre di un metodo radicale

L'approccio di Mello non è andato esente da critiche nel mondo accademico. Il punto più dibattuto riguarda il rischio di anacronismo: è metodologicamente corretto applicare categorie come "midrash" – codificate in opere rabbiniche di secoli successivi – a un testo del I secolo? Alcuni critici, citando gli studi di Philip Alexander, mettono in guardia dal proiettare sul Vangelo forme letterarie che non erano ancora pienamente maturate.

Mello risponde a queste obiezioni distinguendo tra le "opere" midrashiche (più tarde) e il "metodo" di indagine (pre-cristiano). Per lo studioso di Bose, il Nuovo Testamento è intrinsecamente "figlio" di questa mentalità investigativa già presente a Qumran e in Filone di Alessandria. Inoltre, Mello si distanzia dalle posizioni più estreme di biblisti come Michael Goulder, il quale sosteneva che Matteo avesse quasi "inventato" gli episodi storici per fini liturgici. Mello, pur accogliendo l'idea della creatività letteraria, mantiene un fermo ancoraggio alla verità narrativa: Matteo non inventa, ma plasma la memoria storica di Gesù per rivelarne la profondità biblica.

Perché leggere Mello oggi?

Oltre al rigore filologico, l'esegesi di Mello ha il pregio di essere profondamente pastorale e spirituale. In un'epoca segnata dal ritorno di pericolosi stereotipi o da un analfabetismo biblico diffuso, il suo commento offre tre grandi benefici:

  • Dialogo Ebraico-Cristiano: Restituisce a Gesù la sua identità giudaica, eliminando la visione di un cristianesimo nato "in opposizione" all'ebraismo.
  • Lectio Divina: Fornisce strumenti per una lettura della Parola che non si fermi alla superficie del testo, ma ne scavi i significati attraverso i richiami intertestuali.
  • Attualità Teologica: Sposta l'attenzione dalla morale legalistica alla "giustizia superiore" della misericordia, tema centrale nel Gesù matteano.
        

In sintesi, il lavoro di Alberto Mello ci invita a riscoprire il Vangelo di Matteo non come un reperto archeologico, ma come un "tessuto" (textus) vivo. Un'opera che, a trent’anni dal suo esordio, continua a ricordarci che per capire Cristo non si può prescindere dall'ascolto profondo di quella radice ebraica che ancora oggi sostiene l'intero olivo della fede cristiana.


Il libro: Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo. Commento midrashico e narrativo, Nuova edizione riveduta e ampliata, Edizioni Qiqajon, 2025.

Nota: I cambiamenti tra l'edizione del 1995 e quella del 2025 includono lo schema a quindici sequenze concentriche, una nuova tripartizione del testo e una maggiore attenzione alla "storia degli effetti" del Vangelo nella tradizione successiva. I contenuti originali della prima ricerca sono stati preservati, ma inseriti in un quadro interpretativo più maturo e organico.